venerdì 22 luglio 2016

BANCHE: BAIL-IN E RISCHIO POLITICO



Alcune banche italiane potrebbero aver bisogno di ricapitalizzarsi. Il governo cerca di contrattare con Bruxelles una diversa applicazione del bail-in per non coinvolgere nelle perdite gli obbligazionisti subordinati, spesso piccoli risparmiatori. Ma è una scelta sbagliata, per almeno tre motivi.




Il governo teme che qualcuna (una) delle nostre banche esca con le ossa rotte dagli stress test dell’Eba (Autorità bancaria europea). Per questo sta negoziando con la Ue una controversa applicazione del bail-in che eviti perdite agli obbligazionisti subordinati. Il problema è: bisogna salvaguardarli tutti o solo i truffati?

Quando scatta il bail-in

Le banche italiane tornano a preoccupare i mercati in vista dei risultati degli stress test, che L’Autorità bancaria europea (Eba) rilascerà alla fine del mese e che potrebbero rivelare la necessità di aumenti di capitale. Al centro della discussione tra Roma e Bruxelles c’è la possibilità di utilizzare fondi pubblici e le conseguenze che ciò avrebbe per contribuenti e detentori di obbligazioni bancarie. Le regole europee prevedono che una banca che necessiti di capitale cerchi di procurarselo sul mercato da investitori privati. Il fatto che abbia bisogno di ricorrere al supporto pubblico è normalmente sufficiente affinché sia messa in risoluzione. Se la banca entra in risoluzione, l’uso di fondi pubblici è concesso dopo aver imposto parte delle perdite a azionisti e obbligazionisti. La direttiva europea in materia di risoluzione bancaria prevede che il contributo (bail-in) sia pari ad almeno l’8 per cento del passivo totale. In Italia, il requisito è problematico per via della quantità di obbligazioni bancarie detenute dai risparmiatori al dettaglio, spesso all’oscuro del rischio. Per rimediare “disturbi” all’economia nazionale o per preservare la stabilità finanziaria, l’articolo 32(4.d) della direttiva permette di effettuare una ricapitalizzazione precauzionale con fondi pubblici senza che la banca venga messa in risoluzione. In questo caso, la ricapitalizzazione è soggetta alla disciplina che regola gli aiuti di stato, che prevede comunque il contributo dei creditori della banca, ma limitato ad azionisti e obbligazionisti subordinati. Questa opzione limita il requisito di bail-in rispetto al caso in cui la banca sia messa in risoluzione, ma non lo elimina. Il costo politico resta rilevante, perché in Italia i piccoli investitori detengono circa metà di tutte le obbligazioni bancarie subordinate.

L’eccezione all’eccezione

La situazione è evidentemente delicata: c’è la necessità di rafforzare il capitale delle banche italiane per rassicurare gli investitori, ma la disciplina europea prevede che l’uso di fondi pubblici sia normalmente soggetto all’imposizione di perdite su azionisti e – come minimo – obbligazionisti subordinati. Prospettiva non allettante per un governo che prepara un referendum cruciale in ottobre, dopo segnali preoccupanti dalle recenti elezioni. La Comunicazione bancaria emessa dalla Commissione europea nel 2013 contiene un’eccezione all’eccezione: permetterebbe di limitare ulteriormente o di sospendere il bail-in degli obbligazionisti subordinati previsto nel regime degli aiuti di stato, se anche questo minimo bail-in mettesse a rischio la stabilità finanziaria o avesse “effetti sproporzionati”. Il governo italiano potrebbe invocare questa eccezione all’eccezione, ma non dovrebbe farlo, per tre motivi. Primo, l’idea del “diritto costituzionale al risparmio” – popolare in Italia tra gli oppositori del bail-in – è fuori luogo. Confonde i due concetti di investimento e risparmio: investire i propri risparmi in obbligazioni bancarie comporta un rischio. La Costituzione italiana non garantisce – e non dovrebbe garantire – il diritto a essere sempre e comunque salvati dalle conseguenze di scelte d’investimento sbagliate. 

Ciò che tutti dovrebbero vedersi garantito è il diritto di fare scelte d’investimento consapevoli e di non essere truffati. Il che ci porta al problema della vendita fraudolenta, rilevante nel caso italiano. Queste pratiche avrebbero dovuto essere prevenute in passato, ma non sono motivo sufficiente per giustificare il salvataggio di tutti gli obbligazionisti subordinati oggi. Sarebbe sbagliato dare per scontato prima di averlo accertato che tutti gli obbligazionisti subordinati fossero completamente inconsapevoli del rischio sottoscritto o che tutti siano stati truffati. 

Sembra più saggio optare per il bail-in degli obbligazionisti subordinati ora e poi mettere in piedi uno schema di compensazione per le vittime di frode, come fatto l’anno scorso. Secondo, il rischio per la stabilità finanziaria, necessario per sospendere il minimo bail-in richiesto nel caso di ricapitalizzazione precauzionale, non è ovvio. Il bail-in degli obbligazionisti subordinati condotto nel 2015 non ha avuto effetti distruttivi e non c’è un’ovvia ragione per cui una ricapitalizzazione precauzionale – che includa uno schema credibile di compensazione per le vittime di frode e la protezione dei creditori senior – debba creare necessariamente instabilità finanziaria. Il rischio semmai è politico, perché lo shock sarà immediato e il rimborso richiederà tempo. Infine, la gestione della situazione Italiana ha importanti implicazioni a livello Ue: è la prima occasione in cui la direttiva in materia di risoluzione viene sperimentata nel mondo reale. Lo scopo delle regole è fornire chiarezza sulla gestione dei problemi bancari in futuro ed è necessario che vengano applicate coerentemente perché siano credibili. Non c’è una soluzione facile: in un paese in cui l’alfabetizzazione finanziaria è bassa e circa un terzo delle obbligazioni bancarie è in mano a investitori retail, il bail-in sarà doloroso. Ma piegare le regole – che si sono negoziate, trasposte e si conoscono da tempo – per evitare anche il coinvolgimento minimo degli obbligazionisti subordinati previsto in caso di ricapitalizzazione precauzionale creerebbe una confusione pericolosa con effetti imprevedibili a livello europeo.


Silvia Merler su Lavoce.info

domenica 10 luglio 2016

LE BANCHE ITALIANE CON PIÙ CREDITI DETERIORATI: LA CLASSIFICA DELLE SOFFERENZE IN ITALIA

Anche l’autorevole Economist è preoccupato per le sofferenze delle banche italiane e mette in copertina del suo ultimo numero un bus tricolore chiamato banca sull’orlo del precipizio. Il problema delle banche in Italia.



Sono i cosiddetti non performing loans in italiano crediti deteriorati ovvero denari prestati a clienti privati o aziende per i quali la riscossione è difficile.



10 – Intesa San Paolo: dei 10, l’istituto torinese risulta il meno esposto, con una quota di Npl lordi pari al 16,5% (63 miliardi su un totale di 382,3).

9 – UBI: la quota dei crediti deteriorati lordi ammonta al 17,0% (15 miliardi su 90,8 totali).

8 – BPM: nel caso della Banca Popolare di Milano la percentuale di Npl lordi è pari al 17,5% (6 miliardi di crediti deteriorati lordi su 37,3 miliardi di crediti complessivi).

7 – BPER: la Banca Popolare dell’Emilia Romagna presenta una quota di crediti deteriorati lordi pari al 24,6% (12 miliardi su 50,2).

6 – Unicredit: la banca sistemica, che negli ultimi giorni ha trovato nella persona di Jean-Pierre Mustier il suo nuovo ad ed è chiamata ad un considerevole aumento di capitale, è esposta per 62 miliardi, con quota di Npl lordi pari al 24,9%.

5 – Banco Popolare: in questo caso la quota di Npl lordi è del 27,9% (25 miliardi su 89,7).

4 – Carige: la banca genovese ha una quota di Npl lordi pari al 28,5% (7 miliardi). Il cda di Carige ha recentemente dato il via libera all’approvazione di un piano industriale che punta a raggiungere 163 milioni di utile nel 2020.

3 – Veneto Banca: l’istituto Veneto, fallito l’aumento di capitale, è finito nelle mani del Fondo Atlante (ormai il primo polo bancario del Nord-Est, considerata anche l’operazione Pop. Vicenza). Ha una quota di Npl lordi del 29,0% (7 miliardi sui 25,7 complessivi).

2 – Popolare di Vicenza: per la banca vicentina la quota delle sofferenze ammonta al 31,6%. I crediti deteriorati lordi sono 9 miliardi su 29,2 complessivi.

1 – MPS: è la banca più esposta di tutte. Il governo italiano è alle prese con una dura trattativa con la Commissione europea per salvare l’istituto senese, che con una percentuale di Npl lordi pari al 34,8% (47 miliardi su 136,3) si colloca in cima alla classifica delle banche con più sofferenze.

Articolo tratto da Quotidiano Piemontese 


PER APPROFONDIRE
I BILANCI DELLE BANCHE SOTTO LA LENTE DELLE PMI

Un nuovo strumento di lavoro per le imprese
È on line la prima edizione del Rapporto API Torino su “Solidità e rischio di credito nei bilanci degli istituti bancari”. Si tratta dei risultati di una analisi sui bilanci degli istituti più presenti sul nostro territorio condotta dal Servizio Credito e Finanza di API Torino per comprendere a fondo la reale situazione delle banche alle quali le imprese possono rivolgersi.

Sono quindi presi in considerazione la solidità patrimoniale, il portafoglio rischi, il grado di coperture dei rischi di ogni singolo istituto.

Scritto in linguaggio semplice e corredato di una serie di tabelle e grafici con i numeri principali di cui tenere conto, il Rapporto verrà aggiornato ed integrato periodicamente e inviato a tutti gli associati.